People
Intervista con Carlotta Fortuna

Architetto e texile designer
Responsabile del Design Department di Amini Brothers Company

“Se dovessi pensare all’originalità di un tappeto futuro punterei tutto sull’artigianalità, seguirei i tessitori, cercherei di carpirne i segreti e da questi proverei ad inventare nuove tecniche. Spenderei il tempo a studiare la storia, i simboli oggi dimenticati, ricercherei la spiritualità. Sicuramente poi, la ricerca, i nuovi materiali, i campioni scartati permetteranno di sviluppare nuove forme estetiche, nuove tecniche nuove tipologie di linguaggio che ancora oggi non conosciamo…”

Come hai iniziato a produrre disegni per Amini? La storia e la narrativa legate al tappeto sono sempre state un tuo interesse oppure una rivelazione arrivata per caso anni fa?
Amini fa parte del mio percorso dal 2016, in quel periodo disegnavo tessuti per foulard di seta nel Comasco e cercavo di saziare il più possibile il mio desiderio di esprimermi col disegno e la pittura. Avevo fatto un patto con mio padre, avrei terminato gli studi in architettura e poi avrei finalmente potuto iscrivermi all’Accademia di Belle Arti. L’architettura per un periodo mi ha letteralmente travolta. Nei miei Erasmus, prima all’École d’Architecture di Lione e poi alla University of Western Australia (UWA) di Perth, scuole di stampo più artistico rispetto al Politecnico, ho frequentato più che potevo corsi di pittura e paesaggio. Terminati gli studi in architettura non avevo dubbi che mi sarei iscritta all’Accademia di Belle Arti di Brera e così ho fatto: dagli impieghi più o meno certi e full time in studi autorevoli di architettura, mi sono mantenuta lavorando in show room di arredamento che mi permettevano di frequentare i corsi. Per lavoro ho avuto la possibilità di viaggiare molto, l’esperienza che più ho nel cuore è stata quella a NewYork, una realtà culturale prepotentemente stimolante.

Una figura e tanti ruoli, dietro ad Amini studio, le sezione che si occupa di sviluppare la ricerca di colori e materiali, e di tecniche di lavorazione complesse nelle diverse creazioni, c’é un po’ di Carlotta Fortuna. Quali sono i punti forti della collezione Amini?
Cerchiamo di aver un approccio basato sulla varietà di proposte diverse. Ogni lavoro infatti parte con stimoli e ispirazioni differenti, possono arrivare da ogni parte, dalle collaborazioni con altri designer, attraverso il lavoro di ricerca fatta su archivi Storici, o all’interno della stessa collezione di antichi tappeti Amini: un luogo magico che chiamiamo Caveau, visitabile in azienda. Un grandissimo punto di forza è la stessa famiglia Amini, che ha costruito negli anni delle solide relazioni umane che permettono al marchio di poter accedere a diverse maestranze in diversi paesi del mondo.

“Cerchiamo di aver un approccio basato sulla varietà di proposte diverse. Ogni lavoro infatti parte con stimoli e ispirazioni differenti(…).”

Nella complessità delle scelte che vanno dall’ideazione alla realizzazione, come si traducono ad esempio i disegni di un archivio storico, in un prodotto di successo?
Lavorare sugli archivi storici è sempre emozionante, stimola la curiosità e il desiderio di non deludere. Si indaga, si scava nell’immaginario dell’artista, si scoprono lavori inediti; la ricerca storiografica legata alla biografia dell’artista e all’epoca di riferimento aiutano ad interiorizzare il lavoro e il tratto. Ogni progetto prende strade diverse. È difficile descrivere un processo che possa essere uguale per tutti i soggetti realizzati. Abbiamo avuto negli anni diverse collaborazioni, con Archivi come quello di Gio Ponti, Manlio Rho, Ico Parisi, gallerie d’Arte e antiche tessiture come Bevilacqua, a Venezia, e da ognuna di queste relazioni sono nate diverse storie. Credo che ci si debba annullare un po’ perché venga fuori il lavoro di qualcun altro, per restituire ciò che l’artista avrebbe voluto trasmettere, per attenersi alla natura del periodo di provenienza del disegno.

In questi anni hai prodotto centinaia di disegni. Da cosa trai continua ispirazione? Il tuo investigare è in qualche modo frutto di appunti presi nella tua vita quotidiana?
Nel mio caso l’ispirazione è qualcosa che mi distrae, può arrivare da qualsiasi parte in qualsiasi momento, qualsiasi cosa stia facendo. È come se producessimo bozzetti di continuo, la nostra mente continua a fotografare immagini e ad accumularle in un archivio, per poi essere ripescate al momento giusto.

Viviamo nell’era in cui gli errori stilistici sono fonte di ispirazione, di originalità espressiva, il pixel ad esempio, molecola costitutiva del digitale, ha rappresentato per la grafica contemporanea un ingrediente per nuove opere astratte.
Pensi che l’errore, inteso come non rispetto dei canoni estetici classici, possa essere un elemento sul quale lavorare in futuro? Come si ottiene una nuova originalità in un settore che dipende in parte dall’artigianalità e del fatto a mano?
L’errore è uno dei tanti strumenti che possono dare originalità ad un prodotto. Spesso si trae inspirazione da campioni mal eseguiti, errati o incompleti per impostare nuovi disegni o effetti di resa. È stata la genesi ad esempio del tappeto In/Lustro: in uno dei suoi viaggi in India, Ferid aveva notato un campione non finito nel quale il bordo non chiuso terminava con una frangia insolita. Da questo errore è nata l’idea di fare una serie di tappeti contemporanei che rivisitassero il classico concetto di frangia, caratterizzati da una forte ricerca cromatica. Ecco perché anche gli errori vengono archiviati, per essere un giorno nuove immagini-origine, nuovi punti di partenza.